Obiettiva mente. La programmazione
per obiettivi
Sonia Arina, Docente del laboratorio di Didattica
generale all’Università di Urbino
Dopo alcuni anni, durante i quali le istanze della didattica
sono state poste fuori dal centro del dibattito scolastico,
che aveva invece focalizzato lo sguardo sul piano ordinamentale
e istituzionale, sospinto dalle nuove esigenze del sistema
scuola - l’autonomia, il decentramento, il federalismo,
le riforme degli ordinamenti e dei curricoli - una delle
esigenze maggiormente sottolineate oggi è quella
di “ritornare in classe”, riportando l’attenzione
sul rapporto insegnamento - apprendimento.
All’interno della scuola militante emerge il bisogno
di tornare ad interrogarsi su un aspetto centrale della
professionalità docente, la mediazione didattica,
per capire quale tipo di azione e, conseguentemente, quale
tipo di progettazione è implicato dalla riforma della
scuola che sta per essere avviata nel prossimo anno scolastico.
I piani di studio personalizzati
Il modello pedagogico postulato dalla legge 53 del 28 marzo
2003 presuppone e persegue la conoscibilità e la
progettualità del soggetto in età evolutiva,
e, nell’indicare la necessità di giungere al
generale culturale operando a partire dal particolare personale,
ripropone la necessità di una preparazione teoretica
e accurata dei fatti educativi.
Enfatizzando la personalizzazione dei percorsi, sollecita
la costruzione di piani progettuali che assicurino attenzione
adeguata alle personali esigenze e potenzialità formative.
Il criterio regolativo generale della personalizzazione
mantiene al centro della prassi educativa la preoccupazione
pedagogica costante per le caratteristiche personologiche
del soggetto in formazione e l’attenzione per le differenze
della persona nella complessità delle dimensioni
individuali.
Gli obiettivi specifici di apprendimento, contenuti nelle
indicazioni nazionali, indicano i livelli di prestazione
essenziali, le conoscenze e le abilità che tutte
le scuole sono chiamate a declinare in coerenti percorsi
educativo - didattici. Il compito di queste ultime si realizza
nell’interpretazione, nella mediazione e nell’organizzazione
degli stessi obiettivi specifici, traducendoli in obiettivi
formativi personalizzati, progettando così il curricolo
nella prospettiva della sua spendibilità didattica.
Tutto ciò si concretizza nella costruzione di proposte
didattiche assimilabili e accessibili ai soggetti in formazione,
che ne condividono l’importanza e la significatività,
finalizzate alla realizzazione degli obiettivi formativi
e alla trasformazione delle capacità in competenze.
Gli obiettivi formativi generano, quindi, unità di
apprendimento, centrate su contenuti selezionati, organizzate
e orientate in senso teleologico.
Le unità di apprendimento e gli obiettivi
Le unità di apprendimento si presentano
come modello basilare per l’organizzazione del curricolo;
il processo costitutivo delle UA si compone a partire dalla
fase predecisionale dell’ideazione, passando per quella
attiva dello sviluppo e approdando a quella postdecisionale
del controllo e della documentazione.
È evidente, anche in questo contesto, la necessità,
in fase ideativa, di determinare punti di riferimento chiari
e coerenti, capaci di orientare l’azione formativa,
di regolarne lo svolgimento e di controllarne gli esiti;
è evidente, quindi, una forte compatibilità
con lo schema della programmazione per obiettivi.
L’approccio per obiettivi trova il suo fondamento
pedagogico in alcune componenti che sono costitutive dell’azione
didattica stessa; questa, infatti, è sempre diretta
al conseguimento di finalità educative definite dalla
comunità a vari livelli, implica caratteri di sistematicità
e di pubblicità e si struttura, in forma inalienabile,
sul principio di intenzionalità.
Il processo formativo e, al suo interno, l’apprendimento
si costruiscono sull’implementazione delle conoscenze
e delle abilità personali disponibili, per trasformarle
in competenze; è tramite l’esperienza di apprendimento
che il soggetto in formazione, interagendo con un contesto
di istruzione, trasforma le capacità in competenze,
acquisisce conoscenze e abilità intellettuali.
La competenza, infatti, viene definita come capacità
di padroneggiare e utilizzare le conoscenze in un determinato
contesto.
La formazione di una competenza comporta, quindi, la costruzione
di un percorso “a spirale” all’interno
di un ambiente strutturato, attraverso il quale il soggetto
in età evolutiva ottiene livelli di padronanza progressivamente
più evoluti (Karmiloff – Smith A., Oltre la
mente modulare, Il Mulino, Bologna, 1995). I processi di
apprendimento scolastico sono stimolati da azioni compiute
con la deliberata intenzione di raggiungere una modificazione
del livello di competenza del bambino, all’interno
di un contesto organizzato e regolato in funzione di questa
finalità (Boscolo P., Psicologia dell’apprendimento
scolastico,Utet, Torino, 1997).
Mediante l’analisi disciplinare, si i definiscono
le competenze essenziali che possono essere sviluppate nell’ambito
di ciascuna disciplina.
Per ciascuna competenza vanno poi individuati gli elementi
costitutivi: la competenza specifica, le conoscenze di informazioni,
di concetti, di procedure, le abilità.
Tutto questo diventa, di fatto, improponibile senza un chiaro
riferimento intenzionale che orienti la successione di fasi
in cui si articola la costruzione di una competenza.
Tutto questo, di fatto, implica la considerazione di obiettivi,
la connessione alle esperienze e conoscenze pregresse dell’allievo
e la costante considerazione del bambino, che diventa “l’unità
di misura” del suo stesso percorso.
La progettazione nella scuola della riforma, come già
in quella dell’autonomia, non può prescindere
dal concetto di obiettivo, che, se si evita di sconfinare
nelle esasperazioni analitiche e nel deduzionimo deterministico,
impedisce di cadere nello spontaneismo dell’alunno
e nell’improvvisazione dell’insegnante.
Oltre il comportamentismo
Gli obiettivi costituiscono un criterio di giudizio e di
decisione nella predisposizione di percorsi didattici concreti,
la fase predecisionale dell’agire educativo, realizzando,
in questo modo, una forma di razionalità pratica
che aliena la casualità, l’improvvisazione
e la contraddittorietà; consentono il controllo empirico,
mediante l’osservazione, del raggiungimento delle
competenze permettendo il confronto e la validazione intersoggettiva,
la fase postdecisionale dell’agire.
L’accertabilità dei comportamenti va intesa
come possibilità di ottenere segnali indicatori,
empiricamente rilevabili, di processi cognitivi individuali,
e non è confinabile nei limiti di una definizione
comportamentista che intende esprimere ogni competenza nei
termini di comportamenti terminali osservabili e misurabili
(Baldacci M., La didattica per moduli, Laterza, Bari, 2003).
Accogliendo la risposta della psicologia cognitivista al
comportamentismo, non è più possibile, né
auspicabile ridurre e definire gli apprendimenti in termini
di comportamenti esterni osservabili. L’apprendimento
è, in realtà, un processo altamente complesso,
che interagisce con molte attività cognitive ed è,
probabilmente, interconnesso in modo imprescindibile con
il processamento e l’elaborazione dell’informazione.
È caratterizzato da intenzionalità e da consapevolezza
in diversi gradi. Pertanto, la complessità dei processi
mentali non può essere contenuta in prestazioni comportamentali,
bensì queste ultime riflettono alcuni aspetti del
processo cognitivo e ne testimoniano lo sviluppo.
Una caratteristica propria delle competenze è quella
di fondarsi sul pieno riconoscimento di ciò che si
fa e sull’uso consapevole del sapere acquisito; la
dimensione operativa e osservabile delle stesse costituisce
solo un indizio probatorio dei processi mentali che le sottendono;
la costanza e la continuità di direzione di questi
segnali consente il monitoraggio continuo dell’azione
educativa e fornisce elementi di affidabilità e di
validità per la certificazione delle competenze.
Ritorno al futuro: attualità del modello
di programmazione per obiettivi
Le strategie didattiche per obiettivi sono emerse verso
la fine degli anni sessanta per far fronte al problema del
controllo dei processi di formazione su cui il modello neoidealista
aveva, già da un decennio, perso ogni possibilità
di incidenza.
La programmazione didattica, attraverso strumenti e procedimenti
sistematici ed intenzionali, permise di dare un ordine logico
alla strategia riformatrice del macrosistema, attraverso
il controllo dell’agire in periferia, potenziando
l’organizzazione dei percorsi scolastici volti al
conseguimento di obiettivi qualitativamente e quantitativamente
definiti.
In Italia, già negli anni settanta, il modello di
programmazione adottato era di tipo flessibile, contrariamente
a quanto accadeva a livello industriale o informatico, e
ricco di principi ed elementi nuovi e significativi, rinvenibili
già nel mastery learning.
La programmazione dei percorsi scolastici, infatti, ha sempre
cercato di calibrare gli obiettivi su una misura compatibile
con le realtà individuali osservate, mostrando sensibilità
alle differenze individuali e sociali dei soggetti, alla
loro storicità e facendo attenzione alla pluralità
dei processi di apprendimento; ha esteso la considerazione
ad altri elementi intervenienti nel processo di formazione,
considerando l’ambiente come sistema in cui si formano
le identità personali; ha abbracciato il concetto
di piena formazione, finalizzando il processo formativo
al conseguimento dell’alfabetizzazione e della socializzazione.
Tuttavia è rimasta tendenzialmente sbilanciata verso
l’asse cognitivo, poiché il piano della relazionalità,
dei vissuti, della spontaneità e della socialità
era, seppure assunto nel modello, strumentale ad una migliore
acquisizione di competenze.
La scuola, oggi, nell’era della globalizzazione, si
trova a dover affrontare il compito di mediare tra istanze
contrastanti ponendosi come luogo di elaborazione, non solo
di trasmissione, delle conoscenze. La presenza di una informazione
più estesa e difficilmente padroneggiabile e di saperi
sempre più specializzati comporta il dover cogliere
le connessioni sistemiche, le interazioni e le relazioni
tra gli ambiti disciplinari.
Da qui la necessità di scelte didattiche individualizzanti,
flessibili e duttili, rispondenti sia alle esigenze che
l’insegnante registra come prioritarie rispetto alla
classe e all’ambiente, sia alle competenze che intende
sviluppare, le quali devono essere costruite intorno ad
in solido nucleo di conoscenze, previsto e definito con
chiarezza.
La programmazione per obiettivi può, ancora oggi,
intervenire a sostegno dei nuovi compiti e delle nuove esigenze
cui la scuola deve rispondere, poiché consente di
definire e perseguire gli obiettivi delle unità di
apprendimento, ne permette una chiara declinazione in riferimento
ai bisogni generali, consente di cogliere e indicare la
relazione tra gli stessi, i prerequisiti e le competenze
attese in uscita. Permette la definizione e il controllo
dell’attuazione processuale, anche attraverso il riferimento
a tavole tassonomiche, non intese come rigida gerarchizzazione,
ma come mappa di orientamento della qualità degli
apprendimenti.
Gli obiettivi costituiscono la descrizione delle competenze
sottese e collegate ad uno specifico contesto di apprendimento
e, infine, consentono di definire, con una certa validità
e attendibilità, l‘acquisizione delle competenze
previste e, quindi di certificarla.
Riservando una particolare cura al fine di evitare che la
logica dell'oggetto (curricolo esplicito, obiettivi disciplinari,
ciò che la scuola chiede al soggetto) abbia un prevalenza
sulla logica del soggetto (curricolo implicito, ciò
che l'alunno è e sa), la programmazione per obiettivi
mantiene la sua efficacia e validità anche nella
nuova stagione scolastica.
Il contributo è tratto dalla rivista
ufficiale dell'Opera Nazionale Montessori "Vita
dell'Infanzia"
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generale di "Curricolo, programmazione e POF"
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"DAP - Discorso e apprendimento"
- (Cd-rom + guida pp.48) - Progetto interuniversitario
- a cura di Clotilde Pontecorvo, Facoltà di Psicologia 2, Università
"La Sapienza" Roma
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